L’Uomo Visibile #33 – Il segreto del suo volto (2015)

24 ottobre 2015


Il tempo è un ladro

 

Il segreto del suo volto è il settimo lungometraggio per il cinema diretto da Christian Petzold, regista che accoglie in sé le migliori qualità del Nuovo Cinema Tedesco: non solo perché maneggia con calibrata sensibilità i generi (il mélo, ma anche il noir), privilegiando i toni freddi piuttosto che i caldi; non soltanto perché dirige la sua attrice-feticcio – la meravigliosa Nina Hoss – con la stessa dedizione con cui Fassbinder filmava Hanna Schygulla; ma anche perché raccontare una storia significa, per lui, non solo avvalersi di un certo dispositivo drammaturgico (il melodramma) ma anche riflettere sul funzionamento del dispositivo stesso – e per estensione, del cinema.

 

Al centro della vicenda è Nelly, cantante deportata durante la guerra mondiale e tornata a Berlino con il viso sfigurato, sottoposto a un delicato tentativo di ricostruzione. Divisa fra gli spettri del campo di concentramento e i tormenti identitari causati dal nuovo aspetto, Nelly ha un solo desiderio: trovare Johnny, il marito dal quale era stata separata a seguito dell’arresto nel ’43.

 

Vagando fra le macerie della città, Nelly incontrerà il suo sposo: ma le circostanze prenderanno una piega inattesa, portandola a farsi complice di una macchinazione dall’esito potenzialmente tragico.

Come i protagonisti dei mélo fassbinderiani, Nelly è una schiava d’amore; a un punto tale da sottoporsi a un processo di ri-costruzione ben più devastante dell’intervento facciale: quando si tinge i capelli, posando di fronte a Johnny in rossetto e abito parigino, non si può non pensare alla scena culminante di Vertigo (1958); al pari di Kim Nowak, anche Nelly si trova nell’insostenibile condizione di essere “gelosa di me stessa”.

 

Talmente avvinta dal proprio idillio d’amore, Nelly, da rimuovere gli oltraggi della deportazione. Nel regno circolare del Sentimento sono ammessi il perdono, la riconciliazione, la resurrezione persino (Phoenix è il titolo originale). Nel mondo retto e irreversibile della Storia, invece, tali pulsioni sono intollerabili: la Storia è fatta di cicatrici, come espresso dalla dolente figura di Lene Winter (Nina Kunzendorf) che fa da contrappunto a Nelly.

 

L’armonia del Sentimento si realizza tramite la rimozione del passato; ma rimuovere il passato significa, fatalmente, condannarsi a ripetere gli stessi errori. Sembra insomma che la resurrezione della fenice possa avvenire solo nell’alveo della finzione, svincolata dalle contingenze storiche.

Ma – e qui Petzold sabota beffardamente il congegno da lui stesso adottato – la rimozione è fragile, caduca, dura giusto il tempo della pellicola: nel finale i due piani entrano in collisione, la Storia si riaffaccia prepotente dalla porta di servizio. Ciò grazie al climax melodrammatico che, pur prevedibile, non perde nulla in intensità straziante e riconsegna Nelly al regno della memoria e delle ferite: Il tempo è così vecchio e l’amore così breve / L’amore è oro puro e il tempo è un ladro / Siamo in ritardo, cara, siamo in ritardo / Cala il sipario, tutto finisce così presto, così presto.


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