L’Uomo Visibile #36 – The Assassin (2015)

5 dicembre 2015


 

Vincitore del premio per la miglior regia al 68° Festival di Cannes, e riproposto a Torino nella sezione Festa Mobile, The Assassin è opera ambivalente: se da una parte fa proprio l’apparato di un genere che è divenuto il simbolo del cinema orientale (e della sua esportazione oltre la muraglia), dall’altra Hou Hsiao-Hsien nega sistematicamente al pubblico i consueti piaceri “spettacolari” del cappa e spada.

 

Siamo nel IX secolo, in una provincia dove fervono moti secessionisti verso la dinastia imperiale. Nie Yinniang è una ragazza educata alle arti marziali e trasformata dalla propria mentore in assassina. Ma, per quanto impeccabile in combattimento, la fanciulla non ha il cuore di pietra necessario a svolgere il mestiere. Così, in uno spietato tirocinio, la maestra rimanda Nie a casa, con l’incarico di eliminare suo cugino (e vecchio amore).

 

Al di sotto dello splendore figurativo, The Assassin è un racconto introverso, compresso. Si inserisce a pieno titolo nel filone wuxia, salvo poi smentirne apertamente gli assiomi. Il primo riguarda la psicologia dell’eroina: Yinniang è vittima del dubbio, divisa tra i sentimenti personali e il suo habitus di assassina. Hsiao-Hsien smantella la figura del guerriero errante, la cui tenacia sconfina nell’abnegazione: se nello smagliante Hero (2002) di Zhang Yimou lo spadaccino Senza Nome si sacrificava per un bene superiore, le motivazioni della scelta conclusiva di Nie rimangono ambigue. È un gesto dettato dal cuore, o dalla ragion di Stato?

 

Questa crisi dei valori fondanti del genere si ripercuote sulla messa in scena: da sempre il wuxia propone un registro basato sull’esaltazione, perseguita con ogni mezzo, dai cromatismi accesi alla stilizzazione dei duelli, dalla dilatazione temporale alla frenesia del montaggio. The Assassin, al contrario, smorza ripetutamente l’azione mediante un montaggio che tende all’ellissi piuttosto che all’enfasi. I combattimenti si risolvono in brevi scambi, spesso congelati entro campi lunghi che non permettono di abbandonarsi alle coreografie trascinanti proprie del genere. Più che una messa in scena, quella di Hsiao-Hsien pare una “messa-a-distanza”.

Le faide, gli intrighi e la rivalità fra Impero e provincia sono esposti tramite una narrazione macchinosa, che viene presto a noia. L’attenzione è tutta per Nie, intrappolata nel suo dilemma intimo. Il tema passionale e quello politico, altrove saldamente intrecciati (sempre Yimou, La foresta dei pugnali volanti, 2004), qui entrano in cortocircuito.

 

Talvolta l’azione, semplicemente, sfuma nella contemplazione degli splendidi scenari naturali. In ciò trapela una sensibilità tutta orientale, che non vincola gli spazi al ruolo espositivo dell’establishing shot. In fin dei conti, sembrano dirci alcune inquadrature, queste cospirazioni e queste lotte, questo formicolare degli uomini sulla terra, non ha più importanza di quanta ne abbia lo stormire delle fronde, o l’oscillazione placida delle acque sulla superficie di un lago. Nel grembo della Natura, la vanità umana scompare, tutto è quiete: e qui il cappa-e-spada asiatico trova la sua negazione definitiva.


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