L’Uomo Visibile #37 – Corn Island (2014)

19 dicembre 2015


Tutto scorre

 

Alla base di Corn Island, vincitore del Crystal Globe al Festival Internazionale di Karlovy Vary, vi è il fenomeno per il quale il fiume Enguri, durante le piene primaverili, trascina con sé roccia e suolo dalle pendici del Caucaso dando vita a isolotti di terreno fertile, particolarmente adatti alla coltivazione.

 

Su uno di questi atolli approda un vecchio. Tenace, paziente, avvezzo alle fatiche. Nella prima ora, pressoché senza dialoghi, in cui assistiamo alla fondazione del minuscolo insediamento agricolo, sta il cuore del film, di una poetica centrata sul lavoro e su un confronto con la natura né titanico né lirico, bensì umile, dimesso, autenticamente rurale.

 

Sull’isolotto il vecchio si stabilisce insieme a una fanciulla, che lo chiama “nonno” ma a parte questo è laconica quanto lui. Il loro legame non necessita di parole, si esprime nella cooperazione e nella prossimità; si concreta nella casa che sta sorgendo, e attraverso questa si rinsalda.

Ma il fiume non porta solo fertilità e quiete; su di esso scorrono barche di soldati, mentre sulle sponde, di notte, salve di spari rompono il silenzio (l’Enguri segna il confine tra la Georgia e la repubblica di Abkhazia, retta da un governo secessionista). Presto la tranquillità di questo Eden che si può abbracciare con un solo sguardo verrà turbata, per opera del mondo-di-fuori.

La virtù del film, della sua scrittura disadorna e icastica insieme, oltre che di una regia che sembra assestarsi sul pigro scorrere delle acque fluviali, sta nel saper tradurre simbolismi antichi in un linguaggio semplice e spontaneo. In poco più di un’ora e mezza, Corn Island condensa molti topoi narrativi: Uomo e Natura, Gioventù e Vecchiaia, Collettività e Individualismo.

 

Fra le tante letture cui il film si presta, se ne potrebbe proporre una di taglio evangelico, che avvicina la pellicola di Giorgi Ovashvili a una parabola: una parabola sui talenti, ma anche una storia di superbia e di peccato, con relativa sanzione. La superbia è quella del vecchio, che si erge a padrone dell’atollo scavalcando il volere del fiume e del cielo – e da questi verrà sconfitto; il suo peccato sta nella pretesa di ritagliarsi un dominio intoccabile, che lasci fuori la Storia e il resto del consesso umano: in altre parole, nel volersi sostituire a Dio (“Questa terra appartiene al Creatore”, dice il personaggio in una delle sue rare uscite; senza essere consapevole, in quel momento, che tali parole gli si ritorceranno contro).

 

Alla fine, dopo aver procurato terra e sostentamento, il fiume tornerà a riprenderseli, punendo il vecchio per i suoi peccati e ammonendo noi spettatori: nessun uomo è un’isola. Salvo poi, al principio del nuovo ciclo stagionale, elargire nuovamente i propri favori. E la vita continua.


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