L’Uomo Visibile #38 – The End of the Tour (2015)

10 gennaio 2016


Un antidoto alla solitudine

 

Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2015, The End of the Tour di James Ponsoldt si basa sul libro-intervista che David Lipsky ricavò accompagnando David Foster Wallace nelle tappe conclusive del tour per la promozione di Infinite Jest, tra il 5 e il 10 marzo 1996.

 

Attorno al romanziere di Ithaca, suicidatosi nella sua casa a Claremont il 12 settembre 2008, si è creata un’aura di fatalità e al tempo stesso di eroismo che al giorno d’oggi sembrerebbe appannaggio di una rockstar o di un divo del cinema, più che di uno scrittore.

Forse proprio per questo, Ponsoldt ha voluto realizzare un film costruito sulla sottrazione, spogliando non solo Wallace di qualsiasi alone tragico, ma affiancandogli il personaggio un po’ compiacente un po’ meschino interpretato da Jesse Eisenberg.

 

The End of the Tour è film di viaggio, con le cadenze di una ballata rock (incluse quelle di Alanis Morrisette, la cui voce “orgasmica” è adorata da Wallace), che del road movie sfrutta al meglio la struttura aperta, irrisolta, la parata di non-luoghi (parcheggi, tavole calde, stazioni di servizio, aeroporti) che con il loro vuoto rimandano alle distanze interpersonali, agli abissi della comunicazione.

Jason Segel impersona magnificamente un Dave Foster Wallace dimesso ma loquace, pacato nella sua genialità, a tratti spigoloso. Più di ogni altra cosa, egli teme di ridursi a macchietta, di indossare la maschera dell’artista schivo e megalomane, in definitiva di porre tra sé e gli altri quella distanza che, scrivendo, ha cercato di superare.

Questo divario emerge nell’incontro-scontro con Lipsky, scrittore frustrato: egli cerca ostinatamente di rintracciare in Dave lo scarto, l’estro plateale e un po’ supponente, e la maniera in cui il romanziere elude i suoi assalti finisce per innervosirlo. Alla fine se ne andrà senza aver carpito alcun segreto: in una delle scene conclusive, talmente frenetica da risultare buffa, lo vediamo compiere un excursus della casa di Dave prendendo febbrilmente nota di foto, suppellettili e mobilio – un tentativo estremo di incasellare, di ricondurre l’uomo indecifrabile a un collage di oggetti.

 

Al di là delle discussioni letterarie, il fascino struggente del film sta proprio nel raccontare un’amicizia, nel riflettere sul motivo universale dell’incontro: quanto riusciamo a comprenderci, veramente? Quand’è che l’intimità diventa intrusione? Siamo in grado di guardarci, senza pregiudizio?

 

Trascorrere del tempo, stare insieme, dialogare serve ad alleviare la solitudine, ad abbandonare il proprio guscio per darsi a un’altra persona. Così è anche per la scrittura: solo questo, afferma Dave, può spingerti a restare chiuso in una stanza, a trentaquattro anni, in compagnia di una risma di fogli.


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