L’Uomo Visibile #39 – La grande scommessa (2015)

17 gennaio 2016


Apocalypse Now

di Davide Borgna

 

La crisi economica internazionale degli ultimi anni, da noi insignita del titolo di Crisi, si è fatta strada anche nella finzione diventando uno dei drammi peculiari della nostra epoca.

Dopo Margin Call (2011), il cinema americano torna a esaminare il collasso della macchina capitalista ne La grande scommessa di Adam McKay. Se il film di J. C. Chandor si presentava come una tragedia notturna, un cupo dramma a porte chiuse, La grande scommessa incrocia la fiction e il documentario in un collage frenetico, sprezzante della trasparenza narrativa (i continui a parte al pubblico di un Ryan Gosling più sornione che mai), facendosi campione di un linguaggio “ibrido”.

 

Autistici, ambiziosi, cinici, eremiti, speculatori, i protagonisti di questo racconto corale hanno una cosa in comune: per genialità o per caso, scoprono dell’esistenza di una colossale bolla nel mercato immobiliare americano, prevedendone il crollo anni prima che questo si realizzi.

Quello di McKay non è un film da ascoltare; o meglio, va ascoltato come si ascolta un’indiavolata suite di rock psichedelico, o un tempestoso brano heavy metal (di quelli che piacciono a Michael Burry/Christian Bale). Con un ritmo da commedia brillante, i dialoghi bersagliano lo spettatore con un lessico finanziario arduo da seguire. Somiglia al linguaggio iniziatico della massoneria, o alle costruzioni ermetiche della Cabala: di uno dei personaggi, Mark Baum (un eccezionale Steve Carell) si dice non a caso che da bambino era uno zelante studioso del Talmud e delle Scritture. Finché il rabbino non confessa a sua madre il motivo per cui il figlioletto si applica con tanto entusiasmo: “Sta cercando falle nella parola del Signore”. Di fronte a questa terribile scoperta, la madre ha un attimo d’esitazione, prima di domandare: “E le ha trovate?”

 

Se cercate quindi la comprensione esaustiva e appagante, difficilmente potrete trarre profitto dalla visione de La grande scommessa. Ci è concesso di cogliere solamente degli squarci, istantanee di un’Apocalisse così come viene intuita dai protagonisti, capaci di leggere attraverso la cortina dei numeri. L’efficacia del film sta nella comprensione emotiva, subliminale, che al di là delle nozioni tecniche ci rende partecipi di una verità semplice, perfino banale: la grande catastrofe economica è frutto di stupidità, follia e corruzione. Nulla più che il solito “fattore umano”.

 

Del resto, attingendo a un aforisma da bar, McKay afferma che la verità è come la poesia. E alla maggior parte delle persone, la poesia sta sulle palle.

Proprio per questo, e nella tradizione del miglior cinema americano, il film si trasforma nella conclusione in un’epica dei perdenti. Una storia di Cassandre inascoltate, ricacciate nell’ombra con il restaurarsi del vecchio, immarcescibile regime bancario.


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