L’Uomo Visibile #40 – Joy (2015)

24 gennaio 2016


Miracle Woman

 

Al cinema, l’espressione bigger than life evoca un tempo e un luogo che si tingono dei colori accesi della nostalgia. Richiama la Grande Hollywood, una fabbrica dei sogni in grado di sfornare racconti a ritmo industriale, dove ogni risorsa era al servizio dello splendore e della grandiosità: in questo apparato magniloquente, l’attore diventa uno dei codici della messa in scena al pari della fotografia, delle scenografie e del montaggio; si trasforma in icona, inscindibile dall’universo che è stato chiamato ad abitare.

 

David O. Russell è regista che si distingue per la devozione al fascino magico e un po’ rétro del “grande cinema”. E lo sguardo di Joy è, fin dall’incipit, uno sguardo più grande della vita: il film è incorniciato dalla voce over di Mimi (Diane Ladd), che proviene dall’aldilà. Una voce che fluttua agilmente nel tempo, governandolo con leggerezza fra tuffi nel passato e profezie (quella conclusiva).

Mimi è anche l’angelo custode di una famiglia allargata e disfunzionale – tema già affrontato da Russell, virando sulla commedia sentimentale, ne Il lato positivo – all’interno della quale si compie l’ascesa di Joy: casalinga prigioniera di una quotidianità soffocante, senza prospettive; il suo incubo peggiore è finire come la madre, risucchiata nel flusso eterno delle soap televisive – Dallas, Dinasty; quelle stesse soap che invadono gli incubi di Joy, rinfacciandole la morte dei suoi sogni di gioventù.

 

Da questa insoddisfazione scaturisce l’impulso a creare qualcosa, portando Joy a realizzare una delle invenzioni più ordinarie e sconvolgenti di sempre: il miracle mop, l’innovativo mocio per la pulizia dei pavimenti. La scalata sociale di questa self-made woman è narrata con tutti gli stilemi epici del cinema classico, dalle prove agli ostacoli ai momenti bui, che l’eroina è chiamata a superare con la sola forza di volontà; c’è anche il confronto finale con la nemesi, rappresentata dall’affarista texano (l’incarnazione più bieca del maschilismo americano, come Joy lo è della femminilità oppressa).

Si può provare un interesse blando per le pulizie domestiche, ma si finisce per parteggiare per Joy come se la sua lotta riguardasse i massimi sistemi. È il trucco, la magia del racconto bigger than life: Joy è come noi, ma nello stesso tempo è più grande di tutti noi. Si può non apprezzare Jennifer Lawrence, ma la sua capacità di farsi icona – che si tratti di uno dei più fortunati young adult contemporanei, o di un film vecchio stampo come questo – è innegabile.

 

Coerente con il mito del successo personale, la protagonista sacrifica le ragioni del cuore. E infatti la potenziale vicenda amorosa tra lei e Neil Walker (un Bradley Cooper qui declassato a “spalla”) viene elusa, aggirata con eleganza. L’unica concessione è quel sospiro, breve e ambiguo, che segue a una visita di Neil a Joy – quando i due si rivedono, a distanza di anni, a parti invertite: concorrenti, ma sempre amici.


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