L’Uomo Visibile #41 – Revenant (2016)

31 gennaio 2016


Ritorno alla terra

di Davide Borgna

 

Una delle prime immagini di Revenant di Alejandro González Iñárritu si sofferma sullo scorrere delle acque: un ruscello, mormorante nella foresta, lungo il quale risale cauto il terzetto di cacciatori guidato da Hugh Glass, armi in pugno, in cerca di selvaggina. Si potrebbe dire che le traversie del protagonista, scout incaricato di guidare un gruppo di cacciatori di pellicce nei territori dell’Ovest, tendano a rovesciare questo status di partenza: quello dell’uomo eretto, saldo, dominatore, in grado di imporre la sua volontà e i suoi desideri alla wilderness.

 

In questo, Revenant si dimostra film più panico che epico; ossia meno incentrato sul conflitto tra uomo e natura (malgrado la tremenda battaglia con l’orso) che sulla lenta e dolorosa accettazione della natura come flusso che ci contiene tutti, in cui l’uomo è inerme al pari di ogni altra creatura. Tale è Glass, ferito e strisciante per buona parte del film (condizione cui Di Caprio si presta  ottimamente, sacrificando il carisma divistico).

L’uomo bianco, l’usurpatore, impara a cogliere i doni della vita, si riconcilia con essa accettandone le offerte spontanee e casuali: come nella scena in cui striscia verso la carcassa di un bisonte, pregando un indiano di concedergli un pezzo di carne (e il pellerossa rappresenta il dominio naturale, ne è un’emanazione: proprio come gli Arikara che piombano sui cacciatori nel folgorante avvio del film).

 

Iñárritu filma quindi una discesa attraverso il dolore e la prostrazione, che riporta Glass in contatto con qualcosa di più grande: il divenire dell’essere, lo scorrere – quello dell’acqua appunto, che ritorna nella scena culminante. Lontanissimo dalla retorica western, in cui il duello rappresentava il momento di piena realizzazione dei personaggi, lo scontro tra Glass e Fitzgerald è degradato a un livello animale – più bestiale, a ben vedere, della lotta con l’orso. Solo quando il protagonista rinuncia all’acme violenta, affidando la risoluzione ad altre mani, abbiamo quell’esercizio di umiltà che gli consente di riacquistare una postura degna.

 

Non solo il riconciliarsi con la natura, ma anche con i propri fantasmi: Glass vive tormentato da ricordi luttuosi, e soltanto nel finale i suoi spettri appaiono in una veste pacificata, non più sotto forma di incubo o allucinazione, bensì come presenze immerse nella natura selvaggia. E lo sguardo finale di Glass, rivolto alla moglie e insieme alla camera, ha qualcosa di trascendente: è uno sguardo sull’aldilà. Dove l’aldilà siamo noi.


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