L’Uomo Visibile #42 – The Hateful Eight (2016)

4 febbraio 2016


Otto piccoli bastardi

di Davide Borgna

 

Quentin Tarantino non ha mai fatto mistero dei propri amori. Fin dal suo esordio con le Iene, ha costruito un universo fittizio nel quale si condensa la sua cinefilia personalissima e sfrenata. Ciò gli è valsa, da più parti, l’accusa di essere un personaggio autocompiaciuto e narcisista. Il che è senz’altro vero; già con Bastardi senza gloria (2009), però, la critica ha colto i segni di una maturazione nel regista di Knoxville. Sempre fervido nell’omaggiare i suoi idoli, ma allo stesso tempo più colto, più trasversale, più “classico”.

 

In tal senso The Hateful Eight è l’esempio più maturo, finora, di questo (neo)classicismo tarantiniano. Il suo film più trasparente, se trasparenza vuol dire saper miscelare i propri influssi così attentamente da fonderli in un amalgama limpido, spontaneo all’apparenza. L’incipit si rifà a questo nitore classico, con l’indugiare sui paesaggi del Wyoming e il lento, atmosferico movimento di macchina che dal Crocifisso martoriato dalle intemperie allarga fino a inquadrare la diligenza, simbolo di tutto un immaginario che Tarantino può finalmente mettere in scena a viso aperto, senza ricercarne l’epicità in altri contesti (il pulp, il film bellico).

La prima mezz’ora del film è incorniciata negli scenari innevati e compressa nell’abitacolo della diligenza su cui viaggiano due bounty hunters (Kurt Russell e Samuel L. Jackson), una ricercata (Jennifer Jason Leigh) e uno sceriffo di dubbia reputazione (Walton Goggins). È un primo atto squisitamente tarantiniano, tra lo scoppiettare dei dialoghi e la suspense congelata nell’attesa – di nuovo, caratteristica del suo cinema fin dagli esordi, il dramma costruito sui “tempi morti”.

 

Con lo scatenarsi del blizzard, i protagonisti si chiudono nella locanda che sarà teatro del conflitto con altri personaggi biechi e senza scrupoli. E qui il film cambia volto, assume le cadenze del whodunit: come scrive Emanuela Martini, “a un certo punto, Samuel Jackson comincia a comportarsi e a parlare come un investigatore classico (Poirot, Wolfe, Queen, fate un po’ voi, ma anche George C. Scott in I cinque volti dell’assassino, sottovalutato mystery britannico di John Huston)”.

Le influenze sono innumerevoli, visibili a un occhio esperto, ma non avrebbe senso elencarle tutte. Il punto sta proprio qui: Tarantino non deve dimostrare più nulla, può godersi il piacere ombelicale di vestire con spolverini, cappelli e cinturoni i suoi attori-feticcio (ci sono quasi tutti, perlomeno nel comparto maschile). Come Leone, che in Per un pugno di dollari avrebbe voluto come attori Henry Fonda e Charles Bronson, che saranno i protagonisti di C’era una volta il West, il suo film più mesto ed elegiaco.

 

A fronte di questa limpidezza classica, si può passare sopra alcune cadute dello script – una voce narrante (Tarantino stesso) un po’ invadente, un flashback tutto sommato inutile, un’ultima mezz’ora appesantita dalla verbosità e dal troppo sangue. Tarantino fa Rio Bravo con la stessa “leggerezza mozartiana” (Morandini) di Hawks, ma lo popola di personaggi che hanno tutta l’amoralità degli spaghetti-western. E la lettera di Lincoln, sentitamente letta nel finale da uno di questi otto bastardi, è lo sberleffo di un autore che rifiuta di lasciarsi etichettare, consapevole che il cinema è troppo ricco e divertente per sottometterlo a noiose catalogazioni.


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