L’Uomo Visibile #43 – Steve Jobs (2016)

7 febbraio 2016


L’imperfetta solitudine

di Davide Borgna

 

Basato sulla biografia scritta da Walter Isaacson e pubblicata nel 2011, Steve Jobs è il dodicesimo lungometraggio di Danny Boyle, ma è, soprattutto, una creatura di Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network e della serie HBO The Newsroom. Televisione e cinema, accomunati dall’uso ritmato, coinvolgente e talora sferzante dei dialoghi.

 

Film di parola è anche Steve Jobs, diviso in tre atti e contraddistinto da una forte unità spaziale: tre presentazioni – Macintosh, NeXT e iMac – situate rispettivamente nel 1984, 1988 e 1998. Due fiaschi e un successo clamoroso. La struttura a porte chiuse fa pensare a un kammerspielfilm, un film da camera o meglio “da corridoio”, poiché è nei corridoi, lunghi e avvolgenti, che si consuma buona parte del dramma. Il rischio di staticità è annullato dalla sveltezza e tensione dello script, nel quale Sorkin condensa registri che spaziano dal sardonico al melodrammatico, con consumato mestiere. Una delle metafore che Jobs usa per descrivere se stesso è quella del direttore d’orchestra: analogamente la sceneggiatura di Sorkin presenta un incedere sinfonico, fatto di allegri e romanze, lenti e minuetti.

 

La domanda cruciale è: come fa un uomo che non ha competenze pratiche, un uomo-immagine più che un uomo cresciuto “al tavolo da lavoro”, a essere considerato uno dei geni della contemporaneità? La risposta di Jobs è, appunto: “Io suono l’orchestra”. La visionarietà del personaggio-imprenditore sta nel rendere un sogno vivo, potente e desiderabile agli occhi di chiunque. Jobs non è un tecnico, ma un divulgatore e uno showman: nelle scene in cui si prepara meticolosamente, truccandosi nel suo camerino, sembra di guardare un divo della Hollywood anni Cinquanta.

 

Un altro paragone centrale nel film è quello tra il computer e il dipinto. Come la virtù del quadro, ciò che lo eleva al rango di arte, è l’unicità, così Jobs aspira a un sistema unico, autosufficiente, perfetto in se stesso. In altre parole, un sistema chiuso, liberato dall’imperfezione umana. Del resto, “la natura umana va superata”, dice il protagonista. Questa volontà di controllo si riflette tanto nel pubblico quanto nella sfera privata: se lo Zuckerberg di Social Network si vendicava del proprio status di sfigato avvolgendo il mondo nella sua ragnatela “social”, così Jobs desidera convogliare l’ammirazione del mondo. Salvo poi rigettarla; nella sua visione delle cose, è naturalissimo scegliere chi amare, né più né meno che scegliere cosa progettare.

La vanità di tale pensiero è denunciata nelle scene più sofferte e melodrammatiche: a un Fassbender mimetico, che non sbaglia una battuta, si contrappone una altrettanto ammirevole Kate Winslet, nel ruolo di manager/amante/braccio destro, apparentemente fredda ma in realtà fragile. Il perfetto isolamento è un’illusione? Sembra di sì, almeno a giudicare dalla svolta conclusiva. Dove al sistema chiuso e autosufficiente (il cubo), si sostituisce la creazione empatica, scaturita dall’affetto: ovvero la rivoluzione dell’mp3, capace di mettere la musica in tasca alle persone che amiamo.


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