L’Uomo Visibile #44 – Trumbo (2016)

14 febbraio 2016


Liberi tutti

di Davide Borgna

 

Tra i candidati di spicco all’edizione 2016 degli Oscar, Michael Fassbender e Bryan Cranston non interpretano solo due personaggi diversi, ma anche due concezioni dello stesso genere. Sia Steve Jobs che Trumbo sono infatti film biografici (biopic): se però il primo ha per protagonista un’icona del mondo contemporaneo, il secondo è incentrato su una figura poco nota fuori dalla cerchia dei cinefili e addetti ai lavori. Se Steve Jobs presenta una messa in scena rigorosa, quasi astratta, che rinchiude i personaggi in una gabbia fatta di non-luoghi (corridoi, uffici, magazzini ecc.), Trumbo ha la struttura di un classico dramma di caduta-e-riscatto.

Steve Jobs non ha bisogno di presentazioni; per presentare Dalton Trumbo, la più illustre vittima della caccia alle streghe che imperversò a Hollywood nel secondo dopoguerra, servivano il volto e il carisma di Bryan Cranston, la star di Breaking Bad. Gli occhiali di Trumbo, quel dettaglio così evidente e sfruttato nella recitazione, evocano direttamente il professor Walter White, re dello spaccio di metanfetamina.

 

Colpito dagli strali della Commissione Antisovietica (capeggiata da un tronfio John Wayne), Trumbo viene bandito dalla fabbrica dei sogni. Ma non cessa affatto di scrivere, anzi, se possibile scrive di più. Negli anni del suo esilio correggerà sceneggiature per B-movies e ne scriverà altre usando dei prestanome. Alcune, come Vacanze romane, vinceranno l’Oscar. Piccole rivalse che sostengono l’autore in questi anni di oscuro artigianato. Ma il vero pericolo per Trumbo non è smettere di scrivere: è il continuare a farlo senza che ci sia un’identità tra la parola e la sua visione del mondo. È il rischio di diventare un mercenario che batte meccanicamente sulla tastiera. Una volta realizzato questo pericolo, la salvezza per Trumbo giunge sotto forma di Kirk Douglas, che lo vorrà sceneggiatore del suo Spartacus. Col quale, finalmente, l’embargo dell’autore ha termine. Recatosi alla prima del film, Trumbo vede il suo nome scorrere nei titoli di coda: parola e sguardo sono di nuovo connessi (ancora per il tramite degli occhiali).

 

Dove inciampa Trumbo? Inciampa nel finale, sacrificando il quadro meschino descritto nella prima parte alla retorica da film edificante. Nel discorso conclusivo, una volta che i giusti onori gli sono stati tributati, il protagonista assolve tutti, dispensando dall’odio persecutori e delatori: molti di noi, dice, hanno fatto cose di cui non sono fieri. Il personaggio interpretato da Bryan Cranston non può abbandonarsi a facili rancori. Lui dev’essere più nobile, più assennato, più lungimirante. L’impressione è che, dopo essersi fatta la ramanzina, Hollywood si conceda un facile perdono.

Steve Jobs aveva il coraggio di osservare la parte più sgradevole del suo protagonista (“Sono fatto male”, ammette lui nella conclusione). Non altrettanto si può dire del modo in cui Trumbo osserva il mondo fatuo e crudele dello spettacolo: qui l’integrità del protagonista compensa tutto il resto. Un’enfasi sui buoni sentimenti che se da un lato fa risaltare l’eroe-Trumbo, dall’altro stende un velo indulgente sui meccanismi che si adoperavano e si adoperano tuttora per distorcere, sminuire, reprimere o soffocare la parola.


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