L’Uomo Visibile #45 – River (BBC)

20 febbraio 2016


Ingannevole è il cuore più di ogni cosa

di Davide Borgna

 

 

Prodotta dalla BBC e scritta da Abi Morgan (sceneggiatrice, fra gli altri, di Shame e del recente Suffragette), River è una miniserie poliziesca interpretata da un dolente Stellan Skarsgård. Sconvolto dall’omicidio della sua collega, il detective John River si tuffa con accanimento nelle indagini ma deve fare i conti con i suoi fantasmi; espressione tutt’altro che metaforica, visto che con questi fantasmi (o “apparizioni”, come lui preferisce chiamarle) River dialoga di continuo, dai momenti più ordinari del giorno sino alle ore inquiete della notte.

 

Strambo, disadattato, solitario ai limiti dell’autismo, River è l’ultimo di una genia di investigatori mentalmente instabili a cui ci ha abituato il panorama delle serie noir e poliziesche: in Homeland, Carrie Mathison soffre di disturbo bipolare; Sonya Cross della meno fortunata The Bridge è affetta dalla Sindrome di Asperger; Rust Cohle (True Detective) è imbevuto di teorie nichiliste che gli rendono assai difficile allacciare rapporti umani.

Perché tanta insistenza sul disagio psichico? In parte per una caratteristica storica del genere. Il detective classico, Auguste Dupin o Sherlock Holmes, nasce nell’era del positivismo e il suo ingegno logico-deduttivo gli consente di risolvere anche i casi più intricati. Questa fede nella razionalità entra presto in crisi, specialmente con la scoperta delle profondità misteriose dell’inconscio. Il detective può ancora essere brillante e intuitivo, perfino geniale, ma il prezzo da pagare è l’emarginazione: sociale, affettiva, psicologica (come nella Promessa di Dürrenmatt, ispiratore di tre quarti delle serie poliziesche attuali).

 

Nulla di nuovo, si dirà. Ed è vero, River però riesce a esprimere tutto questo in maniera desolata e straziante, sorretto dalla recitazione di Skarsgård che non teme il pathos tragico ma neppure i momenti ironici o buffi. La vera indagine condotta nella serie è di natura intima: l’obiettivo non è la scoperta del colpevole, ma la conoscenza di sé. In tal senso i fantasmi che popolano il mondo di River, anche i più sgradevoli, agiscono come maestri nella lenta maieutica per far affiorare i sentimenti rimossi del protagonista. L’occhio di River non è dunque quello imparziale e analitico dell’investigatore, bensì un occhio che guarda dentro, seguendo le piste del cuore.

Conoscere noi stessi è tutto ciò a cui possiamo aspirare, pur con immani sforzi. Una volta ottenuto questo, che il resto del mondo continui pure a ritenerci pazzi, svitati, matti da legare. Del resto, “In un mondo del tutto normale”, sentenzia uno degli spettri-custodi di River, “la follia non è forse l’unica libertà?”


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