L’Uomo Visibile #46 – The Danish Girl (2016)

26 febbraio 2016


La sindrome del mélo

di Davide Borgna

 

Una carrellata di paesaggi nordici, di bruma e vento, una terra che sembra collocarsi al confine tra mare e cielo. Sono le immagini che aprono The Danish Girl, e vale la pena di notare due cose: che il film abbandona subito questi scenari per chiudersi nella città di Copenaghen, coi suoi interni eleganti e severi; la natura, e il senso di libertà a essa legato, tornerà protagonista solo nel finale del film. In secondo luogo, il racconto comincia dopo che uno stacco ha imprigionato uno dei paesaggi dentro la cornice di un quadro, trasportandoci nella galleria d’arte dove facciamo la conoscenza di Gerda ed Einar, i protagonisti.

 

Ecco, questa transizione paesaggio-quadro ci dice già qualcosa sullo spirito con cui The Danish Girl si misura con un genere ossia il melodramma. A differenza della natura, che esiste di per sé, il quadro non può prescindere da qualcuno che lo guardi. E per l’arte in generale vale lo stesso principio: occorrono sempre almeno due elementi, un soggetto che guarda e un oggetto che viene guardato. L’artista poi è colui che riesce a vedere, nella materia spesso caotica e informe della vita, qualcosa di più compiuto e alto, addirittura qualcosa di sublime. Spesso l’artista, con il proprio operato, dà corpo a questo qualcosa senza esserne consapevole, al di là delle sue intenzioni iniziali.

Allo stesso modo Einar non rivelerebbe la parte femminile di sé senza la sfrontata Gerda, che, per complicità e per gioco, lo induce a camuffarsi da donna in occasione di un ricevimento d’artisti. Così Einar diventa Lili, o meglio, lascia che l’io femminile che da sempre abitava in lui esca allo scoperto. Il gioco avrà conseguenze dolorose, poiché una volta entrata in scena, Lili non vuole più andarsene. Gerda, la pittrice di ritratti, ha saputo scorgere Lili malgrado Einar si sforzasse di nasconderla: come moglie, pagherà a caro prezzo tale capacità di visione. Come a dire che un conto è vedere qualcosa, un altro è accettare ciò che si è visto.

 

Questo dilemma ci conduce nella seconda parte del film, la più melodrammatica e perciò la più esposta a critiche. Si possono nutrire riserve su Eddie Redmayne, la cui recitazione pare a tratti eccessivamente affettata; si può criticare il compiacimento della messa in scena che – come spesso avviene quando si confronta con la pittura – tende all’estetismo e al tableau vivant. Si può criticare tutto questo, forse a ragione. Ma The Danish Girl chiede di essere guardato allo stesso modo in cui il modello si mostra al pittore: bisogna assoggettarsi allo sguardo dell’altro, abbandonarsi, come dice Gerda. Ci si avvicina al film considerandolo un gioco, un intrattenimento piacevole benché frivolo; il che è tipico dell’oggetto chiamato “melodramma”, in particolare del mélo in costume. Ma poi, man mano che la storia e la messa in scena dispiegano il loro potere, lo spettatore può dimenticare i suoi pregiudizi; può lasciarsi sedurre e rapire come nella sindrome di Stendhal, diventando complice di Einar e Gerda e Lili e del loro gioco; e, finalmente, cedere.


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