L’Uomo Visibile #47 – Suffragette (2016)

5 marzo 2016


di Davide Borgna

 

Quando si fa un film in costume, specie se incentrato su temi o avvenimenti di forte rilevanza storica, uno dei rischi è di creare nello spettatore un senso di estraneità agli eventi narrati, come se questi appartenessero a un passato lontano, privo di legami col nostro presente.

Non è certo questo il caso di Suffragette, che durante la première a Londra ha visto l’intervento delle attiviste del Sisters Uncut (gruppo impegnato nella lotta alla violenza domestica), che hanno occupato la scena lanciando fumogeni colorati e sdraiandosi sul red carpet: a conferma che il tema dell’emancipazione e della dignità femminile resta attualissimo.

 

A Londra, nel 1912, Maud Watts — una Carey Mulligan ammirevolmente al servizio del personaggio — è una lavandaia che, incoraggiata dalla collega Violet, si unisce alla protesta per la concessione del voto alle donne. Uno dei passaggi chiave si ha quando la protagonista, in una delle prime scene, indugia davanti alla vetrina di un negozio contemplando i manichini raffiguranti una coppia di fanciulli e una dama col parasole: simboli di un ruolo (quello di “angelo del focolare”) prestabilito per lei dalla società; e poco prima che una sassaiola mandi in frantumi la vetrina, con tutto ciò che essa rappresenta. Da questo momento Maud diverrà sempre più coinvolta nella protesta delle suffragette, protesta che, a poco a poco, si muterà in rivolta.

 

C’è una mesta ironia nelle didascalie che introducono il film: Per decenni le donne hanno manifestato pacificamente per l’uguaglianza e il diritto al voto. Le loro proteste furono ignorate. Ironia che ricorda quella di un altro film “militante”, Giù la testa, che si apriva con un aforisma di Mao: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. A salvare il racconto dalle trappole dell’ideologia è la recitazione della Mulligan, sempre controllata, sempre “dentro le righe”; così come altrettanto misurate sono le comprimarie, tra cui Helena Bonham Carter (finalmente libera dalle mascherate gotiche di Tim Burton).

 

Per Maud, la femminilità e la dedizione alla “causa” non sono forze in conflitto; semmai sono valori ugualmente preziosi che la protagonista si sforza di salvaguardare (i momenti, di grande tenerezza, tra lei e il figlio). Il suo coinvolgimento nella lotta per il voto non sopravanza il lato affettivo e familiare: Maud è suffragetta, è madre, è moglie; mai una sola delle cose. In quanto personaggio, appartiene al dominio dell’invenzione; ma proprio per questo risulta più vera delle figure storiche, come la leader Emmeline Pankhurst (una inamidata Meryl Streep, cui è concessa solo una fugace apparizione) o Emily Davison (di cui il film sposa la teoria, sostenuta all’epoca dai suoi detrattori, del martirio volontario).

A ciò si aggiunga il ritratto livido di Londra, lontano da qualsiasi calligrafismo; una regia asciutta e incisiva, priva di esibizionismi; e si avrà la dimostrazione di come si possa girare un film sincero e appassionato senza soccombere alla rigidità di una tesi e senza appiattire i personaggi nel furore ideologico.


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