L’Uomo Visibile #48 – Lo chiamavano Jeeg Robot (2016)

7 marzo 2016


(Super)Ragazzi di vita

di Davide Borgna

 

Cosa succede se un ladruncolo senz’arte né parte, venuto in contatto con un misterioso fluido durante un bagno fuori programma nel Tevere, acquista una resistenza e una forza sovrumane?

Accade quel che è lecito aspettarsi: il ladruncolo in questione comincia ad avvalersi dei suoi poteri per sradicare (letteralmente) i bancomat e così rifornire la sua tana dei beni essenziali: yogurt e DVD porno. Del resto se non si è il rampollo di una famiglia aristocratica o il capo di una possente multinazionale, assumersi le “grandi responsabilità” del supereroe può essere problematico. Prima bisogna campare. E perché poi uno dovrebbe impegnarsi per gli altri?

 

In questo interrogativo sta il cuore di Lo chiamavano Jeeg Robot, ambiziosa operazione di Gabriele Mainetti che fa centro grazie alla capacità di essere, al contempo, particolare e universale. Il film osserva rispettosamente i dettami del racconto supereroistico, in particolare quelli legati alla genesi e alla crescita dell’eroe: come Spiderman, Enzo usa le sue straordinarie facoltà dapprima in modo egoistico, finché una svolta radicale (e traumatica) lo porta a maturare.

Ma in Jeeg Robot non c’è solo questo; c’è un dinamico, esuberante frullato di mitologie, che riesce a ironizzare su se stesso ma anche a prendersi sul serio quanto basta. Ci sono gli anni di piombo, le bombe e la strategia della tensione, entrati oramai (pur con tutte le distorsioni del caso) nel nostro immaginario; c’è il cinema di genere che di quella stagione è il prodotto, i poliziotteschi e i thriller all’italiana, di cui la messa in scena rievoca con garbo la tavolozza “pop” (è un film coloratissimo, Jeeg Robot, pur senza spingersi egli eccessi dei suoi antesignani). C’è il mondo dei cartoni animati giapponesi e dei “robottoni”, qui evocato non per bearsi nel ricordo idilliaco dell’infanzia, bensì per camuffarne le ferite più laceranti.

 

Insomma, Enzo Cecconi non è solo un supereroe, ma l’unico supereroe possibile, figlio della borgata e dello spirito un po’ cazzaro ma onesto degli italiani “brava gente”. A un supereroe del genere non può che opporsi un cattivo speculare, e questo è Luca Marinelli, che riprende ed esaspera (aggiungendovi un ghigno folle da Joker) i tratti del personaggio interpretato nel bellissimo Non essere cattivo: la stessa miseria e tenerezza che caratterizzavano la gioventù pasoliniana di Claudio Caligari tornano qui, accresciute e stilizzate certo, ma pur sempre riconoscibili. Lo Zingaro è un personaggio di cui avvertiamo la crudeltà e al tempo stesso la disperazione, il sogno (impossibile) di una fuga dallo squallore, fosse anche solo grazie alla popolarità di un video su Youtube. Come sempre, l’eroe e la nemesi vivono un rapporto ombelicale.

 

Possiamo solo augurarci, in conclusione, che l’avventura di Enzo non si esaurisca qui, e di rivedere presto sugli schermi il nostro amichevole supereroe di borgata.


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