L’Uomo Visibile #5 – Nebraska (2013)

29 marzo 2015


Paesaggio con figure

 

Fra le doti del cinema americano, che ne hanno determinato la fortuna in tutto il mondo, vi è quella di elevare gli spazi a una dimensione poetica universale, che trascende il particolarismo geografico; quanto cinema c’è, per il pubblico di ogni nazionalità, nei marciapiedi fumosi e plumbei di New York, nei sobborghi di Los Angeles o nelle distese del New Mexico e dell’Arizona? Non è un caso che, fra i generi della cinematografia americana, un posto d’onore occupi il road movie, nel quale il paesaggio diviene il mezzo espressivo con cui narrare fughe, solitudini e desideri.

 

Il recente Nebraska (2013) di Alexander Payne ne dà un esempio fulgido: Woody Grant (Bruce Dern), è un cocciuto padre di famiglia con trascorsi da alcolizzato; ricevuto un biglietto della Mega Sweepstakes Marketing che gli annuncia di aver vinto un milione di dollari, decide di recarsi a piedi dal Montana al Nebraska malgrado la moglie e il figlio Ross cerchino di dissuaderlo: la vincita è fasulla, nient’altro che un espediente pubblicitario.

Per non demolire le illusioni di Woody suo figlio David (Will Forte) si presta ad accompagnarlo in auto. Comincia la traversata dei due attraverso l’America rurale, teatro del riavvicinarsi – lento e difficile – fra padre e figlio.

 

Nebraska è cinema d’altri tempi, che si concede un andamento pacato seguendo l’auto di David per scenari che paiono un catalogo dell’iconografia statunitense: campi, motel, fattorie, granai, parcheggi, bar. Il bianco e nero rifugge la cifra espressionista calando il paesaggio in un quieto biancore, che corrisponde alla pudicizia con cui Payne ritrae i protagonisti: il rapporto fra Woody e David è pungente, all’insegna delle incomprensioni e al tempo stesso di una complicità sotterranea.

L’interpretazione rifugge i toni gridati; soprattutto Bruce Dern è memorabile nel condensare in un unico ruolo cinismo, fragilità, desolazione, speranza.

 

Anche l’umanità che attornia i due è descritta con una leggerezza priva di sconti: vedi lo stuolo di parenti approfittatori che, saputo della vincita milionaria, irretiscono Woody in una riunione di famiglia dove riesumare vecchi conti. Nei segmenti corali il film guadagna un respiro epico – di quella “epica dei perdenti” cara alla tradizione americana, narrata in classici come Lo spaccone e L’ultimo spettacolo.

 

Un’umanità che sa essere gretta quanto capace di inattesi moti di (com)passione – vedi il legame fra Woody e la moglie Kate, angelo custode tanto burbero quanto infaticabile. Il film si chiude con la sconfitta del protagonista ma, grazie all’intervento di David, la stessa sconfitta si tramuta in vittoria, benché fugace e ideale.

 

Tale colpo di coda è il riscatto del loser, la rivincita sul tempo e i rancori ricuciti seppur precariamente al termine del viaggio di Woody e David.

 


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