L’Uomo Visibile #50 – Weekend (2016)

18 marzo 2016


di Davide Borgna

 

Distribuito in Italia a cinque anni dalla sua uscita ufficiale, Weekend di Andrew Haigh è già diventato un piccolo cult: suo malgrado, visto che la diffusione sul territorio nazionale è stata relegata ad appena dieci sale a causa del giudizio negativo espresso dalla CNVF, la Commissione Nazionale per la Valutazione dei Film della Conferenza Episcopale Italiana. La motivazione del giudizio starebbe, oltre che in una “reiterata insistenza nell’evidenziare il rapporto omosessuale”[1] tra i due protagonisti, anche nel loro uso assolutamente disinvolto di droghe.

 

Weekend, ovvero un uomo e un uomo dal sabato alla domenica: Russell e Glen, finiti a letto dopo una serata in un locale, passano dal semplice sesso occasionale a un’intesa più profonda, che ne incrina i rispettivi gusci. Il desiderio e il sentimento sorgono l’uno dall’altro, si fondono e si rafforzano in un breve arco di tempo. Un po’ come avveniva in Carol, la controparte femminile di Weekend in questa stagione cinematografica. In entrambi i casi il desiderio somiglia a un fiume carsico che affiora a tratti, e la messa in scena rispetta questo pudore anche nella rappresentazione dei rapporti sessuali (uno solo in Carol; più di uno, ma contraddistinti da reticenza piuttosto che da esibizione, in Weekend). Se però il film di Haynes compensava questo pudore calando la storia nella sontuosa cornice da melodramma anni Cinquanta, ereditata da Douglas Sirk, la regia di Haigh sceglie la via del pedinamento attraverso periferie urbane anonime. Il grande complesso in cui vive Russell somiglia nella sua compattezza a una roccaforte, un eremo che ben corrisponde alla sua solitudine interiore.

 

È insomma, quello di Haigh, un film scabroso? A noi non sembra, anzi l’impressione generale è che ci sia sempre una tensione inespressa, trattenuta. I protagonisti possono essere sboccati nel linguaggio, ma restano estremamente fragili nel gestire le proprie insicurezze e i propri sentimenti. Weekend non sembra voler essere nient’altro che un racconto sulla passione e l’affetto, uno squarcio di vita nel quale le velleità radicali e “militanti” di Glen vengono sabotate dal pacato buonsenso di Russell (“Perché ti dà fastidio che due persone possano amarsi?” gli chiede in una delle loro conversazioni).

Alla luce di questa universalità il film andrebbe visto e apprezzato. Ossia con sguardo umano e partecipe, perché, facendo nostro un celebre adagio, la bellezza è nell’occhio di chi guarda.

 

[1] http://www.siti.chiesacattolica.it/pls/siti/datafilm_cnvf.dati_film?c_doc=7477&origine=0

 


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