L’Uomo Visibile #53 – Son of Saul (2016)

15 aprile 2016


Lo sguardo opaco

di Davide Borgna

 

Premiato con il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes 2015 e con l’Oscar al Miglior Film Straniero 2016, l’esordio di László Nemes si inserisce nella folta schiera di pellicole incentrate sugli orrori dell’Olocausto. È lecito chiedersi se tale abbondanza di narrazioni contribuisca davvero a illuminarci sulla vicenda della deportazione e dello sterminio di massa; o se invece di affrontarla in tutto il suo schiacciante peso storico e umano, non la renda più sostenibile, in un certo senso più “rassicurante” attraverso le convenzioni narrative, la retorica melodrammatica, la magniloquenza visiva. L’impressione è che in molti film sull’argomento lo sguardo si faccia opaco, adagiandosi entro gli stilemi della messa in scena.

 

Il figlio di Saul assume in merito una posizione forte, rigorosa, avvalendosi di due espedienti formali. Il primo è la sfocatura: per tutto l’arco del film, lo spettatore è confinato entro il raggio motorio-visivo di Saul Ausländer, un prigioniero che fa parte dell’infame gruppo dei Sonderkommando — ripulitori e monatti all’interno della fabbrica di morte di Auschwitz. Le scene corali, i cupi e solenni affreschi di massa cui la narrazione cinematografica ci ha abituato da Schindler’s List in poi, qui mancano del tutto. Come a dire che la tragedia nelle sue reali proporzioni è qualcosa di ineffabile, che trascende le nostre capacità di comprensione e sopportazione. L’unica tragedia rappresentabile è quella di un uomo solo, Saul appunto, che si affanna per il campo nel tentativo di compiere un unico, disperato gesto di pietas — un gesto reso impossibile dall’economia disumana di Auschwitz, dall’oppressione dei tedeschi ma anche dall’egoismo e dalla ferocia degli altri prigionieri.

 

Qui s’innesta il secondo espediente formale, il pedinamento, risorsa classica del cinema-verità: la macchina da presa tallona Saul nei suoi spostamenti, lo incalza, accompagnandolo attraverso il campo la cui terribile frenesia è resa soprattutto tramite i suoni (i latrati dei kapò e delle SS, “Lavorate! Lavorate!”, gli spari, lo spalare, suoni terrificanti e brutali, da girone dantesco). Con questa severità di sguardo Il figlio di Saul si affranca dai cliché narrativi e dall’opacità di tanti film medi o mediocri, riconquistando una visione lucida, impietosa ma anche capace di un magnifico squarcio di tenerezza (quel primo piano, il sorriso di Saul nella conclusione) che riporta il protagonista dalla condizione di numero a quella di essere umano.

 


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