L’Uomo Visibile #55 – La pazza gioia (2016)

20 maggio 2016


di Davide Borgna

 

Dopo aver corteggiato il noir con Il capitale umano, film non completamente all’altezza delle sue ambizioni, Virzì torna alla commedia con un road movie dolceamaro ambientato in Toscana. Nel raccontare spazi e personaggi, il regista si guarda bene dall’emulare la maestosità degli on the road americani —benché strizzi l’occhio a Thelma & Louise nella scena in cui le protagoniste Donatella e Beatrice fuggono da un set cinematografico assaporando, per un istante, l’afflato epico dei film hollywoodiani. A parte questo episodio, La pazza gioia sceglie una prospettiva ostinatamente locale, quasi angusta, chiusa entro una campagna/riviera toscana che si mostra nella sua limitatezza geografica e anche morale.

 

Se Il capitale umano nutriva ambizioni corali ma finiva col perdersi in una rappresentazione scontata e a tratti caricaturale dei protagonisti, La pazza gioia vive del duetto fra Beatrice/Valeria Bruni Tedeschi e Donatella/Micaela Ramazzotti, che infondono ai loro personaggi una grazia soave anche quando questi si abbandonano con foga ai propri disturbi mentali. A Virzì non interessano tanto le differenze sociali tra le due donne — così frequenti nei buddy movies — , limitate a dettagli esteriori convenzionali (il linguaggio forbito di Beatrice; i tatuaggi di Donatella); a rendere le protagoniste memorabili è la loro grandezza interiore, l’essere personaggi “più grandi della vita” nella misura in cui la loro passionalità le distingue dalla piccineria degli abitanti del mondo di fuori: ne sono un esempio la madre di Donatella (una fatua Anna Galiena) o il padre, pianista mediocre che millanta di aver scritto il brano Senza fine di Gino Paoli; o la carrellata di amanti di Beatrice, tutti disprezzabili a prescindere dal loro status sociale.

 

La Toscana che le donne attraversano nella loro fuga impossibile non è diversa dalla Brianza del Capitale umano: gretta, approfittatrice, venale, è inconciliabile con lo spirito delle protagoniste che eleggono l’amore a sola unità di misura. Il conflitto è di nuovo quello tra ciò che è capitale e ciò che è umano, tra l’ardore del sentimento e la piattezza della materia. Donatella e Beatrice rubano e maneggiano soldi con noncuranza, si aggrappano ai propri amori come a una boa per non sprofondare nel mare dell’indifferenza e del grigiore; e attraverso quei pochi giorni di pazza gioia, cementano un legame che è la sola via per evadere dalle prigioni, fisiche o intime: bellissimo il finale, con quel sorriso scambiato tra le due che non è solo un segno d’amicizia, ma anche di libertà.


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