L’Uomo Visibile #56 – All the way (2016)

20 giugno 2016


di Davide Borgna

 

Dopo aver impersonato Dalton Trumbo, Bryan Cranston torna a recitare per Jay Roach in un ruolo apparentemente antitetico a quello dello sceneggiatore hollywoodiano. Dico apparentemente, perché anche in “All the way”, teledramma targato HBO, la tematica di fondo è quella dell’isolamento e del bisogno (mal dissimulato) di conforto e amore.

 

Lyndon Johnson, “presidente per caso”, si trova alla guida del Paese all’indomani dell’assassinio di J. F. Kennedy. Mentre il Movimento per i Diritti Civili infiamma il Sud e il Vietnam insanguina i sogni di gloria americani, Johnson riesce a superare gli sbarramenti politici e a far approvare, nel 1964, il Civil Rights Act che abolì la segregazione razziale negli USA; per poi ricandidarsi al termine del mandato battendo alle elezioni la controparte repubblicana.

 

Il Johnson di Robert Schenkkan (autore della pièce omonima e qui sceneggiatore) è diviso tra un sogno di prosperità e giustizia (la Great Society da cui lo spettro della povertà venga scacciato) e la paranoia da accerchiamento, la sensazione di essere solo contro tutti, inerme come nel racconto tramandatogli dalla nonna, chiusa in uno scomparto buio mentre i Comanche assediavano la sua casa con grida selvagge.

La schizofrenia del potere insomma, il quale, riadattando un aforisma di casa nostra, “logora chi ce l’ha”. Ma se la politica è una guerra, un gioco di sorrisi e lampi fotografici oltre i quali si celano pugnali nascosti dietro la schiena, è possibile portare avanti un progetto in cui si crede sinceramente?

 

Cranston è abile nel conferire ambiguità al suo Johnson, mettendone in luce le due anime — l’idealista e il tiranno; questo malgrado il trucco pesante lo obblighi a recitare di mascella, cedendo a un istrionismo un po’ affettato. Tuttavia, proprio per la sua natura “sporca”, questo Johnson sopra le righe risulta più accattivante e credibile di Dalton Trumbo, che si crogiolava in un’immagine di santo laico, di nobile perseguitato.

Di contro, il Martin Luther King interpretato da Anthony Mackie è figura dimessa, umana, lontana dal titanismo di altre trasposizioni. Consapevole del gioco infido della politica, cerca di spalleggiare Johnson andando a temperare gli animi più esagitati dei suoi compagni del Movimento.

 

La regia di Roach si adatta docilmente allo standard televisivo, fatto di interni e di confronti verbali a conferma dell’adagio per cui il cinema si guarda, mentre la televisione si ascolta. Primeggia ovviamente Cranston, ma la schiera di comprimari non è da meno : da segnalare almeno l’ottimo Frank Langella, già noto ai telespettatori per il suo ruolo in The Americans, e Todd Weeks nella parte del fido assistente Walter.


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