L’Uomo Visibile #57 – The Magnificent Seven

23 settembre 2016


La dura legge del remake

di Davide Borgna

 

La nostalgia sembra essere il leitmotiv di questa annata audiovisiva; l’esempio più eclatante è senz’altro Stranger Things, serie Netflix già divenuta oggetto di culto. A tutt’altra epoca e immaginario si rifà Antoine Fuqua con The Magnificent Seven, la storia di sette pistoleri che si battono per salvare un villaggio dalle mire di un avido usurpatore di terra. La dedizione e il rispetto ossequioso che pervadono il film possono ben paragonarsi a quelli dei fratelli Duffer nell’omaggiare il cinema d’avventura e sci-fi anni 80. Il remake del western di Sturges è opera classica al cento per cento, in cui l’azione procede spedita e senza impacci psicologici (malgrado diversi personaggi si portino appresso, come si suol dire, i “fantasmi del passato”).

 

Tra gli sceneggiatori c’è Nic Pizzolatto, creatore di True Detective: che, pur se raccontato in forma di cupo noir esistenzialista, era in fondo un buddy movie. Anche qui i temi portanti sono il rispetto e l’amicizia virile, centrali in molto western classico e non solo: penso al bellissimo Appaloosa (2008), nel quale però l’omaggio alla classicità conviveva con l’ironia verso alcuni miti del genere (tra cui quello del “femminino” e della “puttana dal cuore d’oro”, rovesciati nell’opportunismo spudorato di Renée Zellweger).

 

Protagonisti del film sono in tutto e per tutto i sette pistoleri, mentre scarso rilievo è dato agli abitanti del villaggio — e alla loro guida, un’eroina alquanto evanescente — , così come al villain: peccato, perché tra i passaggi più suggestivi del film c’è proprio l’incipit nel quale gli scenari pseudo-infernali della miniera si legano alla potenza del capitale, sottolineata dal movimento di macchina verso l’alto che scopre l’insegna “BANK”: Bartholomew Bogue elargisce la paga ai minatori, controllandone in tal modo il destino. A questo passaggio introduttivo segue la scena in chiesa, dove il capitalista Bogue si sostituisce a Dio stesso, avendo il potere di trasformare i sogni dei coloni in polvere. Purtroppo un villain potenzialmente memorabile (l’ottimo Peter Sarsgaard), viene relegato a un ruolo d’ufficio nella fase culminante degli scontri.

 

Ma, come si è detto, l’anima del film sono i sette (anti)eroi, e qui Fuqua sceglie le facce giuste: Washington e Hawke (di nuovo insieme quindici anni dopo Training Day) sono cavalieri tormentati ma dotati di compostezza, la hemingwayana grace under pressure; Chris Pratt una canaglia dal cuore d’oro; Vincent d’Onofrio un feroce quanto pio cacciatore di scalpi. Se la regia tiene alto il ritmo e rende il film godibile, si sente però la mancanza di un guizzo, di un approfondimento e di una (re)invenzione dei caratteri che la sceneggiatura avrebbe potuto inseguire. Era lecito, insomma, aspettarsi qualcosa di più da un autore come Pizzolatto.

In definitiva non si sfugge alla dura legge del remake: per tradurre bisogna tradire, e resta la sensazione che The Magnificent Seven non abbia voluto osare di più. Ma per i nostalgici di un’epica tutta d’un pezzo, il film risulterà teso e avvincente. Dunque, in sella.


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