L’Uomo Visibile #58 – The Woman Who Left

30 settembre 2016


In fuga dal noir

di Davide Borgna

 

Al pari di altre, fluviali pellicole d’autore, anche la trama di “The Woman Who Left” di Lav Diaz si può riassumere in poche righe: una donna di mezza età, Horacia, imprigionata per un crimine che non ha commesso, viene liberata dopo trent’anni e parte per ricongiungersi alla famiglia. Appreso che il marito è morto e che suo figlio è scomparso, Horacia si reca nel paese dove abita Rodrigo, un vecchio spasimante che è il vero responsabile della sua incarcerazione.

La protagonista medita vendetta, e compie una serie di appostamenti che la portano sempre più vicino all’uomo che le ha rovinato la vita. Ma anziché agire, temporeggia. E l’attesa della vendetta cede il posto a un limbo morale, sul quale aleggia inesausta la domanda: Horacia sceglierà infine di commettere un omicidio?

 

La cornice, lo si capisce, è quella del noir. Ma Diaz — di nuovo, al pari di altri autori che maneggiano i codici di genere — ne rovescia i presupposti agendo in primo luogo sul tempo narrativo: se l’andamento del noir è basato sul crescendo drammatico e sul precipitare degli eventi, in una parabola all’insegna del nichilismo e della distruzione, in The Woman Who Left il tempo rallenta e ristagna, imitando quello della vita reale in cui nulla di significativo sembra accadere, nessun evento decisivo, nessuna scelta suprema; un tempo che si consuma nell’attesa di qualcosa che non conosciamo.

 

Questo tempo immobile, “mimetico”, non sarebbe però efficace se non fosse compensato dall’espressività dello spazio narrativo: il quale sfrutta a pieno i codici della finzione cinematografica, con l’uso del bianco e nero e soprattutto grazie all’abilità del regista nel mescolare l’artificio e la spontaneità, il realismo d’ambiente e la composizione plastica delle immagini: ogni inquadratura ha al tempo stesso la concretezza delle pale medievali e il rigore astratto dell’arte contemporanea, in un sapiente equilibrio di pieni e di vuoti. Ciascuna ha la compiutezza di un film a sé stante, e una durata che sembra dimenticare le necessità del racconto.

 

In queste lunghe riprese si esprime il vero anelito del film, che non è una storia di vendetta bensì di pietà e amore: Horacia, che è in primo luogo una madre (e il film avrebbe potuto benissimo intitolarsi The mother who left), non è in grado di distruggere. Al contrario, la sua vocazione naturale è prendersi cura. Si prende cura in particolare di un reietto, l’omosessuale Hollanda: la sequenza del loro primo incontro, o quella in cui Hollanda cerca rifugio da lei sono tra le rappresentazioni più icastiche della Pietà nel cinema contemporaneo. Costante, nel corso del film, è l’allusione al culto mariano e la stessa immagine di Horacia che, a capo coperto, entra in chiesa a pochi passi dall’uomo che vorrebbe uccidere, manifesta questa tensione fra religiosità e furore. Non è un caso che Diaz abbia indicato come ispiratore della pellicola un racconto di Tolstoj, Dio vede quasi tutto, ma aspetta (1872), incentrato sui temi della devozione e del perdono.

 

Nella sospensione del tempo narrativo e nella resa espressiva dello spazio, il film trova una sua cifra che, allo spettatore disposto ad affrontare le quasi 4 ore di durata, restituirà in modo semplice e incisivo il dilemma di un’anima che cammina sul filo sottile che separa la salvazione dal gorgo della violenza e delle passioni distruttive.


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