L’Uomo Visibile #59 – Swiss Army Man (2016)

20 gennaio 2017


di Davide Borgna

 

«Swiss Army Man» è il classico film cui è impossibile applicare un’etichetta. Troppo sgangherato per piacere al grande pubblico, troppo melodrammatico per soddisfare i puristi del cinema d’autore. Verrebbe da chiamarlo weird-movie, un “film strano” camuffato sotto le spoglie di un racconto d’avventura: Hank (Paul Dano) è un naufrago che, sull’orlo del suicidio, si imbatte in Manny (Daniel Radcliffe), cadavere spiaggiato con una spiccata propensione alle flatulenze. Questo corpo freddo e rigido si rivelerà un formidabile strumento di sopravvivenza (meglio di un coltellino svizzero — da qui il titolo del film), un autentico “uomo multiuso” grazie al quale Hank ritroverà l’energia e la voglia di lottare. Ma c’è di più. Manny non è un semplice cadavere: in lui, contro ogni logica naturale, alberga ancora un briciolo di vita. E qui, senza soluzione di continuità, il film si trasforma in una novella morale che ha per oggetto la definizione di “umano”.

 

Essere umani, essere vivi, significa conoscere il proprio corpo, comprendere il valore dei peti e della masturbazione (oggetto di lunghe disquisizioni, mai volgari); significa conoscere i film e le canzoni, soprattutto il tema di Jurassic Park perché, parola di Hank, “se non conosci Jurassic Park non sai un cazzo”; e, soprattutto, significa amare. L’amore è l’esperienza quintessenziale che Hank cerca di rendere intelligibile al quasi-morto Manny, con tutti i mezzi a sua disposizione. E il rapporto che s’instaura tra i due, così intenso proprio perché si situa in un “grado zero”, prima di qualsiasi convenzione, è talmente forte da farci dimenticare le sconcertanti premesse del racconto. Sospensione dell’incredulità, insomma.

 

La messa in scena non esita a dispiegare le risorse più emozionanti per ottenere questo risultato: cori a cappella, montaggio frenetico, recite, imprese di sopravvivenza mescolate a lunghe digressioni intime. Il risultato è unico nel suo genere, sicuramente bizzarro e respingente per gli amanti di un linguaggio più sobrio; ma, per chi vi si abbandona, la commozione può giungere così, inaspettata e folgorante.

 


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