L’Uomo Visibile #6 – The Americans (FX)

5 aprile 2015


Il fattore umano

 

Spesso la migliore narrativa di genere è quella che riafferma verità note in modo fresco e spiazzante. Nell’ultimo decennio la serialità tv, americana in primis, pare aver superato il cinema per la capacità di rinnovare i generi rilanciandone le possibilità espressive. Non c’è praticamente filone che non sia stato battuto dagli autori televisivi: fantasy, western, horror, gotico, mélo, dramma in costume, poliziesco, thriller e via discorrendo.

 

The Americans – creata da Joe Weisberg e trasmessa sul canale via cavo FX – è un esempio di tale freschezza. Il genere in questione è la spy story, che nel cinema americano ebbe ampio sviluppo negli anni della guerra fredda (con picco fra i Settanta e gli Ottanta). A tale stagione fa riferimento la serie, ambientata a Washington nel 1981 e centrata su Philip ed Elizabeth Jennings, all’apparenza una normale coppia sposata con due figli (Paige ed Henry), nella realtà agenti del direttorato sovietico il cui matrimonio è una copertura per condurre missioni sul suolo americano.

 

Oltre a conciliare la facciata di coniugi middle-class con le operazioni svolte per ordine del KGB, i protagonisti devono anche intrattenere rapporti col vicino Stan Beeman, che guarda caso è un agente FBI. Fin qui niente di rivoluzionario, ma la virtù di The Americans sta, per dirla con Flannery O’Connor, nel trascendere i limiti del genere mantenendosi al loro interno.

 

La serie sviluppa con forte impatto drammatico i motivi della spy story, su tutti il senso del dovere portato all’estremo: Philip ed Elizabeth uccidono, mentono, raggirano, usano ogni arma a disposizione (incluso il sesso) per ottenere i propri scopi, non esitando a sacrificare gli alleati come pedine sullo scacchiere delle missioni.

Al tempo stesso, la trama spionistica è il trampolino per un discorso più ampio sull’identità: se Elizabeth, cresciuta nel dogma comunista, conserva intatta l’adesione ai valori della madrepatria, Philiph nutre simpatia per il modello americano, ormai divenuto il proprio; l’affetto per la famiglia travalica in lui l’attaccamento alla causa, ponendolo in difficoltà nello svolgere gli incarichi più ardui.

 

Il “fattore umano” investe non solo i protagonisti bensì l’intera costellazione di personaggi le cui sorti si intrecciano negli scenari grigi della capitale: vedi l’agente Beeman, che si innamora della propria confidente presso l’ambasciata sovietica, Nina; o la romantica segretaria Martha, che Philip seduce e sposa grazie a una falsa identità.

 

In questo divario fra essere e avere, nel conflitto tra valori imposti e identità personale risiede il fascino di The Americans. La prova che anche il genere, come ogni storia, scaturisce dagli interrogativi fondanti che da sempre ci agitano – Chi sono? Da dove vengo? Cosa ne sarà di me?

 


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