L’Uomo Visibile #61 – Manchester by the Sea (2017)

22 febbraio 2017


di Davide Borgna

 

Il cinema, diceva Hitchcock, è la vita con le parti noiose tagliate. Con buona pace del regista inglese, ci sono film che rovesciano intenzionalmente questo assunto e che si fondano sulla ripetitività e l’incompiutezza, sui momenti morti, gli scarti e le omissioni. Il cinema indipendente americano ne è un esempio interessante in quanto applica questa poetica a luoghi e corpi già “canonizzati” dalla narrazione classica.

Manchester by the Sea è in tal senso quasi un bigino dello stile indie, di cui ha tutte le caratteristiche. Lee Chandler (Casey Affleck) tira a campare a Boston sbrigando diversi lavori. Lo raggiunge una telefonata che annuncia il ricovero del fratello Joe, costringendolo a mettersi in macchina alla volta della sua città natale. Al suo arrivo Lee scopre che il fratello è deceduto, e si ritrova a doversi occupare del nipote Patrick.

Qualsiasi tentazione catartica è negata fin dalla sequenza in ospedale, dove la morte è un impiccio pratico, che richiede azioni immediate (firmare moduli, fare telefonate, andare a prendere il nipote a scuola) piuttosto che riflessioni o emozioni. Attraverso la regia asciutta e la recitazione laconica del protagonista (ma Casey Affleck è bravissimo a dare profondità a un banale “It’s okay”), la materia calda che in un’altra narrazione sarebbe deflagrata viene tenuta a freno. L’impeto emotivo è solo dei flashback, che rievocano l’esistenza perduta di Lee.

 

Allo stesso modo, nessuna catarsi è concessa sul versante sentimentale. L’ex moglie di Lee, Randi (Michelle Williams), è un personaggio che resta sullo sfondo, e il suo incontro più significativo col protagonista si risolve nel tentativo frustrato di dar voce a sentimenti troppo grandi e dolorosi. Quasi la parodia di una scena-madre, con uno scambio di frasi balbettate interrotto dalla fuga di Lee. Amore e morte, le due forze che muovono la narrazione classica, sono troppo potenti perché i personaggi possano esprimerle con consapevolezza. Manchester by the Sea rifiuta il climax in nome di una mesta tranquillità.

La narrazione indugia su personaggi e situazioni quel tanto che basta per evocare delle esistenze, i cui confini però restano al di là di quelli del film. Perfino nel tratteggiare figure di contorno sembra esserci, a volte, il senso di una profondità misteriosa: come quando si filmano le prove del gruppetto rock di Patrick, e la camera si sofferma in due occasioni sul giovane batterista, rimproverato perché non segue il ritmo della band. Si tratta di un attimo, un volto silenzioso sul quale la camera indugia più di quanto dovrebbe. Non sapremo nient’altro di lui, ma ci si offre, per pochi istanti, il miraggio di una storia possibile.

Un film quindi “definitivo” (anche nella lunghezza) per gli amanti di una certa poetica, per chi pensa che la missione dell’arte sia raccontare, ma non necessariamente concludere.

 


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