L’Uomo Visibile #7 – Her (2013)

12 aprile 2015


Fenomenologia degli affetti

 

Esistono molti film d’amore, e sempre esisteranno. Ma pochi sono invece i film sull’amore, capaci di eviscerare le dinamiche del sentimento in maniera lucida e talora impietosa. Viene in mente La pianista (2001) di Haneke, tanto più emblematico nell’usare una storia di perversione per illustrare la normalità del rapporto amoroso, visto come una lotta per proiettare sull’altro i propri fantasmi erotici e affettivi.

Un film teorico, al pari de Le lacrime amare di Petra von Kant (1972) di Fassbinder, che tramite la scansione in atti e una messa in scena cristallizzata seguiva le tappe dell’infatuazione, della passione, della gelosia e del disamore.

 

Con tutt’altro linguaggio, in equilibrio funambolico fra autorialità e appeal commerciale, Her (2013) di Spike Jonze svolge la propria fenomenologia degli affetti. La cornice della vicenda è fantascientifica: Theodore (Joaquin Phoenix), uomo introverso con una separazione dolorosa alle spalle, per superare gli impacci con l’altro sesso acquista il nuovo sistema operativo “OS 1”, la cui intelligenza artificiale evolve attraverso l’interazione con l’utente.

Lei – Samantha (voce di Scarlett Johansson) – diventa la confidente, l’amante, l’anima gemella; ma il suo grado di umanizzazione supera in breve i confini uomo-macchina e il legame fra i due si fa problematico.

 

La fantascienza è un pretesto, il MacGuffin di cui Jonze si avvale per inscenare la storia di un’illusione amorosa; ricorda Black Mirror, la serie britannica creata da Charlie Brooker che elegge a tema la simbiosi fra uomo e tecnologia, in cui quest’ultima diviene appendice delle nevrosi, dell’incomunicabilità e del malessere contemporanei. Lo sguardo di Jonze è più empatico, la visione meno apocalittica di quella di Brooker ma al fondo ugualmente pessimista.

 

Theodore e Sam – ma anche i personaggi minori che orbitano loro attorno – sono descritti con affetto senza pregiudicare la lucidità nel ritrarre la deriva della loro relazione. Samantha, voce disincarnata, è metafora del partner inteso come alterità, su cui l’innamorato proietta le sue esigenze ed erige i propri castelli mentali. Ma la consapevolezza che il divario fra sé e l’altra persona è incolmabile finisce per logorare il rapporto, ponendo in primo piano le mancanze del partner che pure si sforza all’estremo di essere ciò che non è (vedi la sequenza memorabile dove Samantha “affitta” un corpo così da guadagnare statuto di realtà agli occhi di Theo come compagna sessuale).

 

In conclusione Lei, divenuta sensibile quanto se non più del protagonista, porta a compimento la frattura abbandonandolo; i due sono stati insieme, hanno imparato l’uno dall’altra, si sono allontanati. Se la conclusione ribadisce l’irriducibilità dell’Altro, essa afferma al contempo la necessità di sperimentare la tensione verso di esso, mai pacifica ma fondamentale per definire la condizione che chiamiamo “umana”.

 


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