L’Uomo Visibile #8 – Game of Thrones (HBO)

19 aprile 2015


Tempesta di spade

 

Il 12 aprile ha visto l’atteso ritorno di Game of Thrones sul palcoscenico seriale, con annessi fenomeni di isteria collettiva legati alla messa in rete di ben quattro episodi con largo anticipo sulla premiere.

 

Da dove derivano il fascino e la presa della serie creata da David Benioff e D. B. Weiss, basata sul mastodontico ciclo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, espressione di un genere – il fantasy – fino a pochi anni fa ritenuto appannaggio di una nicchia di consumatori devoti (e integralisti)?

Per cominciare, l’enorme architettura narrativa eretta da Martin e trasposta dagli autori HBO opera una sistematica smitizzazione degli archetipi del fantasy classico, non dissimile da quella condotta a suo tempo da Ariosto nei confronti del poema cavalleresco. Non sapessimo che si tratta di un’opera di finzione, a leggere o guardare Game of Thrones saremmo tentati di apprezzarne la veridicità storica; l’elemento sovrannaturale/magico, pressoché assente o limitato (vedi gli Estranei, nonché i famigerati draghi), è un semplice corollario della spietata lotta per la successione, nutrita di sotterfugi e complotti, non dissimile dai conflitti che costellano la nostra storia: la Guerra delle Due Rose e le faide rinascimentali sono il vero bacino dell’ispirazione martiniana, ben più della tradizione fantasy. Se in quest’ultima vigeva la Quest, la missione fondata su un profondo impegno etico (la lotta contro il Male), Martin inscena una contesa per il potere che trova in sé la propria ragion d’essere, un ingranaggio autonomo e fine a sé stesso – un Gioco, in definitiva.

 

Smitizzare significa riportare a una dimensione umana. E il segreto della serie sta proprio in questo, nel dare corpo con volti e performance attoriali all’umanità dei personaggi. La galassia di Martin, mirabilmente spartita fra protagonisti, figure secondarie e comprimari, tutti memorabili nel disegno e nella caratterizzazione, evoca un clima anti-eroico, quanto di più lontano dalle figure nobili e tutte d’un pezzo di matrice tolkieniana.

 

I protagonisti di GoT fanno presa perché, come tutti noi, devono misurarsi con l’inadeguatezza: al proprio ruolo, alle aspettative altrui, ai bisogni che vorrebbero soddisfare. Ned Stark, unico eroe cavalleresco e “puro di cuore” della saga, è incapace di sporcarsi le mani nella politica di Approdo del Re e ciò gli risulterà fatale; Arya e Sansa Stark subiscono la loro condizione di donne in un mondo dominato dalla guerra e dalle strategie maschili; Daenerys, superstite dell’antica dinastia Targaryen, è costretta a intraprendere un cammino lento e frustrante per ottenere armate e possedimenti senza i quali la sua nobiltà di sangue è vana. Ma il personaggio più emblematico in tal senso è Tyrion Lannister, fra i beniamini della serie: colto, puttaniere, ironico, membro di una potente casata, a causa delle sue sembianze viene additato come figura corrotta e maliziosa, col soprannome di “Folletto”.

 

La fragilità del personaggio è la chiave dell’immedesimazione: è ciò che tiene incollati gli spettatori nonostante le digressioni e stasi narrative di cui la saga abbonda.

Nei Sette Regni, dove la morte giunge fulminea e inattesa, la lotta per la successione è di là dal concludersi; l’avventura prosegue e il pubblico, come il coro delle tragedie antiche, sarà lì per vedere chi la spunterà.

 


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