L’Uomo Visibile #9 – Take Shelter (2011)

26 aprile 2015


A casa dopo l’uragano

 

Il cinema americano non è nuovo al concetto di paranoia. Sin dagli anni Trenta, quando la Universal filmava classici dell’orrore come Dracula, Frankenstein o L’uomo lupo, l’immagine di un’Europa decadente e gotica popolata da mostri e scienziati pazzi rispecchiava, tramite la lente deformante della finzione cinematografica, l’ascesa dei totalitarismi che avrebbe condotto alla seconda guerra mondiale.

 

Analogamente nella temperie politica e civile degli anni Sessanta-Settanta una manciata di film come Va’ e uccidi (1962), Sette giorni a maggio (1964) o I tre giorni del condor (1975) contribuirono a lanciare il filone complottista, in cui l’individuo è minacciato da macchinazioni governative che assumono una portata quasi “cosmica”.

 

Tale filone, pur indebolito dal manierismo e da vizi di scrittura, ha continuato a proliferare sino ad oggi, sostituendo allo spauracchio sovietico nuove e più inquietanti minacce: la serie Homeland (Showtime) in tal senso non fa che testimoniare lo spostamento dell’asse paranoico dall’Europa comunista al Medio Oriente. Soprattutto, l’attentato alle Torri Gemelle con il suo lascito tragico ha accresciuto la fobia dell’aggressione e le tendenze all’isolamento e all’isteria.

 

La paranoia post-11 settembre acquista toni escatologici in Take Shelter (2011) di Jeff Nichols. Il protagonista Curtis (un Michael Shannon di incredibile potenza), padre di famiglia e operaio, conduce un’esistenza senza scossoni in una tranquilla cittadina dell’Ohio. Senonché un giorno inizia ad avere allucinazioni incentrate sull’arrivo imminente di una tempesta. Nel suo delirio Curtis investe energie, tempo e soldi nella costruzione di un rifugio anti-tornado. L’aggravarsi delle allucinazioni lo pone in conflitto con la famiglia e poi con l’intera cittadinanza, trasformandolo in una sorta di moderna Cassandra.

 

L’efficacia dello script di Nichols sta proprio nella visionarietà con cui traspone umori della società americana contemporanea: “l’essere pronti”, l’idea di vigilanza spinta al parossismo, il senso di insicurezza che porta a scorgere il pericolo sin nelle pieghe della quotidianità. Il Male è, agli occhi di Curtis, sovrannaturale nella sua forza e al tempo stesso drammaticamente vicino.

 

La messa in scena gioca su tale ambivalenza, erodendo a poco a poco gli ambienti confortevoli del personaggio. Vedi l’allucinazione in cui l’arredo di casa viene squassato – colpendo l’estremo baluardo della sicurezza individuale: il focolare domestico – o le scene dedicate al cane di Curtis; dopo aver sognato di essere azzannato a un braccio, il protagonista osserva con sguardo sospettoso la figlia giocare con l’animale. Poco dopo, recuperati i suoi attrezzi, erige un recinto e pur con qualche remora vi confina il cane. Una perfetta rappresentazione della paranoia, dominata dall’incombere di un Nemico tanto prossimo quanto sfuggente, indefinibile.

 

Parallelamente alla disgregazione del nucleo domestico, il rifugio anti-tornado si configura così come l’unica alternativa possibile: una cella sotterranea, buia, contraddistinta da icone mortuarie come le maschere anti-gas, un ventre dove ripararsi e attendere il passaggio del cataclisma, nella speranza di risorgere dalle sue macerie.

 


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