I sentieri sghembi della lingua

18 aprile 2015


«Imbocchiamo il sentiero, apparentemente agevole, di un enunciato come “Luigi ha chiamato Mario”. Pronunciata con un’intonazione neutra o leggermente discendente (in linguistica si direbbe non marcata) la frase può voler dire una sola cosa, e cioè che è stato Luigi – soggetto – a chiamare Mario – oggetto. Se però si pronuncia il nome di Luigi con un accento più calcato (LUIGI, ha chiamato Mario), come quando si dà un forte colpo di acceleratore all’automobile prima di ridurre i giri al minimo, allora il sentiero del significato si biforca. Può essere infatti che il parlante senta il bisogno di segnalare che è stato proprio Luigi – e non altri – a chiamare Mario, ma può anche intendersi che sia stato Mario ad aver chiamato Luigi, nel qual caso il senso dell’enunciato risulta clamorosamente capovolto.

Chi immagina la grammatica come una geometria a una sola dimensione, in cui le parole devono stare rigidamente allineate in modo da produrre uno e un solo significato per volta, rimarrà di nuovo sconcertato. Come può la lingua consentire simili ambiguità? Come è concepibile che un enunciato significhi una cosa e il suo contrario? La risposta a queste domande è che la lingua, non solo quella italiana, è un organismo sghembo e pieno di fessure; ha il passo irregolare, un equilibrio instabile e tende a inciampare in trappole che lei stessa predispone. In questo caso la trappola risiede nel fatto che a Luigi e Mario, una volta scardinata la struttura standard della frase, non rimane nulla che permetta di essere identificati univocamente come soggetto e oggetto: non l’accordo col verbo, non la posizione (la prima spetta di diritto al soggetto solo negli enunciati intonativamente e informativamente ‘neutri’), non il caso (in latino Luigi sarebbe declinato al nominativo e Mario all’accusativo: peccato che in italiano non esistano le declinazioni), e neppure la natura dei due soggetti in gioco, visto che chiamare è una cosa che possono fare sia Mario che Luigi (diverso sarebbe se al posto di Mario ci fosse, poniamo, “il cane”). A permettere l’identificazione del soggetto non rimane dunque che il contesto, ovvero la scia di sassolini che Pollicino ha lasciato sul sentiero mentre si allontanava da casa.»


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