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L’angelo è la mia filigrana. Consigli semiseri sulla scrittura, la vita e i brutti libri

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    Per vent’anni, da quando sei stato in grado di tenere in mano la penna e da quando una suora con un braccio solo ti insegnò a leggere e a scrivere, sei stato uno scrittore. Non si parla qui di una vocazione letteraria – neanche sapevi cosa fosse la letteratura – ma del bisogno elementare di esprimerti. La timidezza ti spegneva la voce in gola. Quindi, il più delle volte, tacevi. In quel silenzio la tua mente aggrovigliava fantasie. Credi che, se non ti avessero insegnato a tracciare lettere che componevano parole che componevano frasi che potevano aiutarti a sciogliere quei nodi, avresti finito per esplodere. Del resto a disegnare facevi pena e ancora oggi non sei capace di tracciare una figura umana decente – tratto che ti accomuna, in modo non troppo lusinghiero, a un noto e inetto aspirante pittore austriaco del secolo passato, e ti chiedi se ciò non abbia qualche significato recondito ma poco promettente. Adoravi ascoltare musica, ma era un mondo incomprensibile e arduo e il massimo che riuscisti ottenere, molto tempo dopo, fu suonare un basso imitazione Fender in un gruppo da garage. Cos’altro avresti potuto fare? Scoperta la letteratura, non ti restava che buttarti in quei libri. Era inevitabile che cercassi di scrivere a tua volta. Era inevitabile che cominciassi con un racconto. Era inevitabile che cominciassi dall’incipit.

    Per molto tempo ho pensato che, dovendo scrivere, tanto valeva farlo meglio di chiunque altro prima di me. I miei progetti erano ambiziosi e vaghi: il più delle volte si limitavano a elementi d’atmosfera privi di qualunque spunto dinamico. Non c’era fretta, per la trama. Prima, per partire con il piede giusto, sarebbe stato necessario scrivere il miglior incipit di tutti i tempi. Scrivevo, stampavo, strappavo, fumavo, come nella migliore iconografia hollywoodiana dello scrittore amletico. Riempivo quaderni di inizi di romanzi, racconti, racconti lunghi e romanzi brevi. Tutta una biblioteca di capolavori in potenza, le cui prime (e uniche) tre righe mi sembravano poter stare alla pari coi miei maggiori di quel tempo lontano. Poi accadde una cosa semplice e meravigliosa: conobbi degli scrittori in carne e ossa. Erano vivi. Avevano la mia età e scrivevano racconti – racconti che non si limitavano a iniziare, continuavano. Racconti in atto, non in potenza, con uno svolgimento e una fine. Storie. Onestamente, non erano le migliori mai scritte. Ma rispetto alle mie avevano un grande vantaggio: esistevano.

    Fu allora che abbandonai i miei quaderni di scritti potenziali. E i migliori incipit di tutti i tempi.

    Quando leggiamo un racconto o un romanzo l’incipit ci appare come un elemento propulsivo. Se è quello giusto non solo brilla di luce propria, è bello per sé, ma svolge la funzione di proiettarci immediatamente in avanti, dentro la storia. Non vediamo l’ora di scoprire cosa succederà dopo che “Alla fine di Giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta:” (Fenoglio, Un giorno di fuoco), o dopo che il narratore ci consegna la possibilità di ritornare a un intero universo dicendo “Fu la peggiore alzata di tutti i secoli della mia infanzia.” (ancora lui, Pioggia e la sposa).

    Ma dall’altro punto di vista – quello di chi il racconto lo scrive – le cose stanno un po’ diversamente. L’incipit può essere tuo nemico. Ti si para davanti come una porta chiusa, e cercare di scassinarla può costarti tanta fatica e tanto tempo. Può anche lasciarti senza forze, sfiduciato, incapace di proseguire. Ma è un cancello chiuso in campo aperto. Basta aggirarlo e passare oltre. Gli esempi, anche giganteschi, non ci mancano. La lettera in francese con cui Tolstoj apre Guerra e Pace farebbe venire l’orticaria ai nostri editor. Dunque, ricapitolando: se sei un lettore, l’incipit è tuo amico; se sei uno scrittore può essere un nemico mortale.

    Credo che, per scrivere davvero – per portare a termine quello che iniziamo – la prima cosa da fare sia sdrammatizzare la scrittura, così come ogni altro atto creativo. Riportarlo dall’ambito dei residui di intossicazione romantica a quello imperfetto e precario di ogni attività umana.

    Ci può servire da guida il racconto L’angelo è la mia filigrana, che Henry Miller pubblicò nel 1963 nella raccolta Primavera Nera. Non si può dire che non sia chiaro, fin dalle prime righe:

    “Scopo di queste pagine è di riferire la genesi di un capolavoro. Il capolavoro è appeso alla parete di fronte a me; è asciutto adesso. Scrivo tutto questo per ricordarmi del processo creativo, perché probabilmente non ne produrrò un altro simile.”

    Non che il racconto sia davvero un capolavoro, ma può essere istruttivo. Che cosa vi accade? Dopo un paio di giorni di tentativi di scrittura più o meno automatique – l’ambientazione sono gli anni Trenta parigini di Miller, in cui il surrealismo dominava – l’autore si rende conto che ciò a cui lo spinge il… come vogliamo chiamarlo, prurito creativo? non è scrivere, ma dipingere. Henry Miller sapeva veramente dipingere. I suoi taccuini sono costellati di integrazioni ad acquerello dallo stile espressionista, un po’ alla George Grosz. Prende dunque a disegnare un bel cavallo, soggetto classico della pittura di ogni epoca, iniziando dal posteriore dell’animale. Senonché, cominciando dal culo di un cavallo subito si pone il problema delle zampe. Risolta la grana dell’attaccatura tra gli arti e il corpo, Miller si accorge di un’anomalia. Le zampe sono cinque. Che fare, cancellare, amputare, buttare via tutto? Meglio trasformarne una in un fallo eretto. Completata la testa e il difficile passaggio della criniera, il nostro pittore si chiede: ma non sarebbe meglio una zebra? E, una striscia dopo l’altra, il cavallo diventa zebra. Si pone ora il problema di trovare un’inquadratura in cui inserire il cavallo-zebra per ottenere una buona composizione. Accanto all’animale mutante, Miller inizia ad abbozzare una figura umana, e presto gli si offre una possibilità: quella che prima era una zampa e poi un fallo eretto può essere trasformato in un braccio. Perché no? Quanto allo sfondo: alberi e una montagna che subito prende ad assomigliare a un vulcano. E in alto un bell’angelo, ma non un putto alato, un angelo che pare crollare su se stesso, con la pancia sporgente e le ali tenute aperte da quelle che sembrano le stecche di un ombrello.

    “Quel che ho davanti agli occhi è il risultato di innumerevoli sbagli, pentimenti, cancellature, esitazioni; è anche il risultato della certezza.”

    Miller, con una buona dose di umorismo, si descrive nell’atto di dipingere; ma è della scrittura che vuole parlarci.  Vuol dirci che non è diversa dalla vita, in cui le esitazioni, gli errori e il caso sono la regola. Se eliminiamo la distinzione, entrambe ci sembreranno meno difficili. I consigli molto pratici che possiamo trarne?

    Non facciamo schemi, non scriviamo soggetti, non fissiamo l’intreccio per iscritto. Scripta manent, ma noi non vogliamo che niente rimanga, vogliamo che tutto cambi. Se fai uno schema congeli ciò che deve nascere: lo chiudi in una bacheca inaccessibile. Invece devi lasciare che la tua mente possa lavorarci sopra in tutta libertà: modificarlo, stravolgerlo, cancellarlo. Di giorno, di notte, mentre guardi la settantasettesima stagione di Masterchef, la tua mente lavora per te. Lasciala libera. Ciò che scriviamo è sempre un compromesso tra ciò che sapevamo di voler scrivere e ciò che non sapevamo di voler scrivere, e spesso e quest’ultima la parte più importante.

    Lo stesso vale per le note. Annotiamo quel che ci pare, ma poi dimentichiamocene. Non bisogna rileggerle al momento di metterci a scrivere, ma la sera prima: lasciate alla memoria il tempo di trasformarle. La memoria non serve a conservare, ma a modificare. E che il disordine – sempre calunniato – sia con voi.

    Ti hanno sempre detto: leggi i grandi libri, o almeno leggi bei libri. Impara dai maestri. Ma più scrivevi, più ti sembrava istruttivo leggere i libri brutti. E ancora di più quando non scrivevi, quando bastava uno sguardo alla tastiera per darti la nausea. A poco a poco hai selezionato il tuo libro brutto. È un romanzo, ma si vede lontano un chilometro che un giorno l’autore è andato a parlare col suo editor e questo gli ha detto: ma che ci fai con un racconto?, e l’altro appena tornato a casa l’ha schiacciato sotto il ferro da stiro per allargarlo, ha aggiunto un’approfondita biografia dei personaggi sin dalla culla, e cenni storici sulle loro famiglie e sulle loro città. È il romanzo di un autore serio in momentanea disgrazia e hai capito subito che nei tuoi peggiori momenti di disgrafia narrativa, quando le frasi non stanno in piedi e crollano e si abbattono a vicenda come tessere del domino, avrebbe potuto tornarti utile riconoscere un fratello. Se ce l’ha fatta lui, ce la farai anche tu. Sono passati gli anni, tanti bei libri li hai persi per strada ma il libro brutto è ancora lì, in bella vista sullo scaffale. Non era un brutto anatroccolo e non ha perso un atomo della sua della sua mancanza di proporzioni, della prevedibilità desolante dei suoi personaggi, dei suoi sfondi di cartapesta. Ed è rassicurante sapere che c’è: è il tuo toccasana, la tua panacea, il tuo rimedio da ciarlatano.

    Ernesto Aloia

    Scrittore torinese, ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, il suo ultimo libro è Camere oscure (Hopefulmonster 2024).